I venti di guerra e le lotte per la pace, oltre agli orrori portano con sé ancora oggi la meraviglia di tutte quelle persone che non si arrendono e che cercano di andare oltre, calcando strade mai battute e imboccando nuove piste per “resistere” nella condizione e nello stato di “essere umani”. Esistono al momento nel mondo 56 conflitti tra Stati che coinvolgono oltre 92 Paesi e centinaia di milioni di persone – uomini, donne, bambini, anziani, disabili – a lasciare la propria terra e a fuggire per mantenere salva la vita.

Muoversi per sopravvivere…

Partire ed andare oltre lasciando le proprie certezze, custodendo la speranza di una condizione migliore …

Mettere in movimento, anche se costretti, tutto il proprio essere e il proprio potenziale nella consapevolezza che tutto può cambiare e nulla potrà essere come prima, cercando di custodire i propri affetti e i propri cari … quelli lasciati sotto le macerie dei bombardamenti, quelli che affrontano insieme ai superstiti un viaggio disperato/di speranza, quelli che sperano di incontrare lungo il cammino nuove mete da raggiungere.

E a pensarci bene a questi numeri, andrebbero associati tutti coloro che vivono battaglie quotidiane e silenziose e che devono abbandonare la certezza di una vita “tranquilla”, “normale” e imbattersi nello straordinario e controverso mondo chiamato per convenzione o per usare un’espressione “politically correct” con il nome “disabilità“.

Per convenzione …

A chi non ama le convenzioni, ma cerca di dare cittadinanza alle parole, viene proposto il termine “unicità“, ma anche “scintilla che origina cose nuove” o “anticamera di speranza e di disperazione”, “minore o maggiore gravità”, “compromissione della qualità della vita” o ancora “vita da custodire spesso in cambio della propria” … in sintesi persone che cominciano un viaggio senza una apparente meta, il cui affrontare un esodo dalle certezze abituali, dalla ricerca dei “perché proprio a noi”, dai risultati attuali della ricerca scientifica con i suoi lenti esiti verso traguardi che sembrano irraggiungibili, verso un “Oltre” che possa dare un nome alle cose, che non si è in grado di capire ancora fino in fondo.

Disabilità o unicità che sia, essere costretti ad un movimento dalle cosiddette “zone di comfort” può essere un dramma a cui mai ci si abitua, ma anche una grande opportunità per vivere la vita in maniera più autentica, originale, “prova provata” che ci si può spingere verso nuove conoscenze, scoperte e consapevolezze che diventano patrimonio personale e un po’ anche dell’umanità.

E nel mondo secondo i dati ufficiali oltre 1 miliardo di persone vivono la condizione di disabilità, di cui quasi 200 milioni in situazione di gravità. Anche questo sembra un bollettino di guerra non sempre manifesto, che a sua volta coinvolge interi nuclei familiari, arrivando a moltiplicare per due o tre volte i dati sullo “stravolgimento esistenziale” sopra elencati, se si tiene conto dei genitori, parenti e caregiver che vedono improvvisamente trasformata la propria vita per un evento inaspettato ed improvviso (nascita, incidente, genetica, fattori ambientali, vaccini, guerra, progresso tecnologico sfuggito di mano …).

E pensandoci bene si possono trovare molte similitudini tra i conflitti mondiali e quelli invisibili delle famiglie che vivono con almeno una persona disabile in casa; ci si ritrova inspiegabilmente “esseri umani” che vivono per motivi diversi la condizione di nomadismo, di straniero che si sposta verso nuove terre, senza sapere se si abiterà una nuova casa che si possa dire tale, se sapere se rimarranno ostaggio di qualche Paese ostile, se riceveranno degli aiuti umanitari, se potranno vivere anche un solo momento di sollievo da ciò che gli è piombato addosso. Un nomadismo invisibile che si consuma spesso dentro le mura domestiche e negli ultimi tempi, troppo spesso esce con i clamori di tragedie familiari, che hanno vissuto o percepito il profondo dolore della solitudine ed emarginazione nella fatica del quotidiano scegliendo la morte per sé e i propri cari coinvolti come unica soluzione alternativa alla solitudine e prostrazione.

Al di là dei clamori di queste vicende dolorose, i nuovi eroi di questo tempo sono “costretti” dalle situazioni ad un cambiamento a volte non voluto, ma di cui non si può fare a meno, sperando di sopravvivere a quello che sta accadendo, sperando di trovare un nuovo equilibrio che spesso si mostra precario, proprio come nomadi che affrontano le stagioni in movimento verso un ignoto.

E tra le tante realtà di nomadismo mi ha incuriosito proprio la storia dei GITANI.

Di origine dell’India settentrionale, molti secoli fa (XI sec. d.C.) i Gitani si spostarono verso l’Europa occidentale a causa di persecuzioni e carestie, stanziandosi in diversi Paesi per approdare, con il termine generico e talvolta dispregiativo, nel territorio spagnolo. Nel corso di questo viaggio sedimentarono dalle culture locali con cui si imbattevano costumi, tradizioni e usanze culturali che li rendevano fuori dall’ordinario, talvolta così strani da considerarli un pericolo da allontanare. La curiosità del nome che fu attribuito a queste persone dal colore della pelle leggermente scuro e dai tratti somatici orientali non ha nulla a che vedere con la provenienza indiana: la parola “gitani” infatti è una derivazione latina “aegyptanus“, cioè egiziani poiché gli abitanti dei villaggi spagnoli pensavano che questo gruppo di nomadi provenissero proprio dall’Egitto.

In Gitani c’è il seme di chi vive in movimento provando a trovare un dialogo con chi vive in una popolazione stanziale, in cui l’abitudine può aver cancellato via quegli elementi che possono rendere anche il gesto più semplice e quotidiano un atto di straordinario cambiamento.

Tutti possono essere per un qualsiasi motivo GITANI almeno una volta nella vita, basta riconoscere quel potenziale non manifesto capace di leggere e riconoscere con occhi nuovi ciò che ci accade intorno e condividerlo perché diventi patrimonio di tutti, ricchezza condivisa, custodia comune per resistere umani.

Per chi è interessato a questo viaggio può palesarsi accedendo al link del Manifesto.

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